Non siamo qui per aggiungere un tema alla nostra programmazione. Non siamo qui per parlare di pace come se fosse un modulo opzionale, una sensibilità tra le altre. Siamo qui perché la pace oggi è il criterio che giudica la qualità della nostra fede, della nostra formazione e della nostra organizzazione.
La Nota pastorale della Conferenza Episcopale Italiana inizia con parole che non possono lasciarci indifferenti: «Il Signore ci dona e ci affida la sua pace». Non solo la dona: la affida. C’è una consegna, c’è una responsabilità. E se è affidata, significa che può anche essere tradita.
La pace non è un sentimento privato, non è una disposizione interiore: è una vocazione ecclesiale e civile.
Per questo Leone XIV ha chiesto che ogni comunità diventi una «casa della pace e della non violenza», «dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono» (Leone XIV, Discorso ai Vescovi CEI, 17 giugno 2025).
Non un ideale spirituale. Una forma concreta di vita.
La prima domanda che dobbiamo farci, allora, non è teorica: è organizzativa, è pedagogica. Il Pontificio Oratorio San Paolo è una casa di pace? Nei nostri percorsi educativi si impara a disinnescare l’ostilità? Oppure, magari senza volerlo, riproduciamo le stesse logiche di competizione, di sospetto e di difesa che vediamo nel mondo?
La Nota non ha uno sguardo ingenuo. Non parla di pace ignorando la realtà. Anzi, descrive un tempo segnato da «un’atroce centralità della guerra», da conflitti che attraversano l’Europa, il Mediterraneo, l’Africa e il Medio Oriente. Un tempo in cui la spesa militare ha superato livelli record, in cui si parla con leggerezza di deterrenza nucleare, in cui la guerra viene riabilitata come opzione possibile.
Ma il realismo della Nota non si ferma allo scenario geopolitico. Denuncia anche la penetrazione di una cultura della violenza nella vita quotidiana: nei linguaggi, nella politica, nello sport, nelle relazioni familiari, nelle forme di bullismo e di sopraffazione giovanile. E aggiunge un elemento decisivo per noi: l’impatto della Rete e dell’intelligenza artificiale, che possono diventare moltiplicatori di polarizzazione, di disinformazione e di odio.
Questo significa che la pace non è semplicemente assenza di guerra. È una forma di cultura. E se cambia la cultura, deve cambiare anche la formazione.
Per questo Leone XIV parla di una pace «disarmata e disarmante». Disarmata significa rinunciare alla logica della sopraffazione. Disarmante significa creare relazioni che rendano inutile la sopraffazione. È una differenza radicale.
Noi pensiamo subito alle armi belliche. Ma le armi di cui parla la Nota non sono solo quelle. Le armi sono anche i linguaggi aggressivi, i processi decisionali opachi, le narrazioni manipolative, i modelli economici che schiacciano i deboli. Le armi sono tutti gli strumenti che usiamo per imporre il nostro punto di vista senza ascolto.
Se questo è vero, la pace riguarda direttamente tutti noi. Riguarda il modo in cui conduciamo le riunioni. Riguarda il modo in cui valutiamo un collega o un collaboratore. Riguarda il modo in cui guardiamo l’altro. Riguarda il modo in cui decidiamo.
La pace, allora, non è tregua, non è sospensione del conflitto. Il conflitto è parte della vita. La Nota, riprendendo papa Francesco, ricorda che il conflitto non va negato né idolatrato, ma trasformato in «un anello di collegamento di un nuovo processo».
Questo per noi è decisivo: una comunità viva ha conflitti, ma può scegliere se farli degenerare o trasformarli.
Qui entra la radice teologica. La Nota afferma che «la pace è anzitutto un attributo essenziale di Dio» e che «Cristo è la nostra pace» (Ef 2,14; Nota pastorale, 2.a.iv).
Non è una formula devozionale. È un’affermazione antropologica. Se la pace è dono di Dio, allora non è semplicemente il risultato di un equilibrio di forze. Non è il frutto di una deterrenza. Non è una tregua armata.
Giovanni XXIII aveva già affermato che, di fronte alla potenza distruttiva delle armi moderne, è «alienum est a ratione» pensare la guerra come strumento di giustizia. E papa Francesco, in Fratelli tutti, è arrivato a dire: «Mai più la guerra!» (Fratelli tutti, 258).
Non è retorica. È un punto di non ritorno.
Ma la pace non si costruisce solo dicendo no alla guerra. Si costruisce nella giustizia. La Nota ricorda che «le disuguaglianze economiche, sociali e culturali troppo grandi tra popolo e popolo provocano tensioni e discordie, e mettono in pericolo la pace». E Paolo VI aveva detto che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (Populorum progressio, 76).
Per il Pontificio Oratorio San Paolo questo è centrale. Noi operiamo nel campo dell’educazione, della formazione, dello sport e della crescita integrale. Se la pace è legata allo sviluppo integrale, allora il nostro lavoro non è neutro. Educare bene significa contribuire alla pace. Ma educare senza giustizia, senza attenzione ai fragili, senza coscienza critica significa alimentare le fratture.
La pace, dunque, è un compito educativo. La Nota è esplicita: «Ogni cambiamento ha bisogno di un cammino educativo per far maturare una nuova solidarietà universale» (Francesco, Messaggio per il Patto Educativo, 2019). E ancora: «Educare alla pace deve diventare indicazione chiara e diffusa, testata d’angolo delle scelte pastorali ed educative» (Nota pastorale, 3.b.i).
Testata d’angolo. Non attività accessoria. Non progetto parallelo.
Educare alla pace significa educare alla gestione della rabbia. Significa educare alla parola rispettosa. Significa educare alla differenza. Significa educare al perdono. Significa educare alla responsabilità digitale. Significa educare alla cittadinanza democratica, perché la democrazia è la forma politica che trasforma il conflitto in confronto.
La Nota ricorda che la democrazia autentica non assolutizza il conflitto, ma lo attraversa cercando il bene comune. E questo per noi è un criterio organizzativo: il bene comune si costruisce con gli altri, non contro gli altri.
E infine c’è un passaggio che ci riguarda in modo particolare. La Nota parla di «artigiani di pace». Non teorici. Non analisti. Artigiani: persone che lavorano nel quotidiano, con pazienza, con perseveranza, con coraggio.
La pace – dice il testo – «non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione».
Questo è il nostro compito: non fare discorsi sulla pace, ma fare pace. Nei linguaggi. Nei processi. Nelle scelte economiche. Nella gestione delle differenze. Nell’uso delle tecnologie. Nella formazione dei giovani.
La pace non si proclama: si pratica.
E allora la domanda finale, che non possiamo evitare, è questa: nel Pontificio Oratorio San Paolo stiamo formando giovani capaci di costruire pace oppure semplicemente persone efficienti dentro un sistema conflittuale?
Se la pace è dono e compito, allora è anche criterio di verifica. E se è criterio, non possiamo rimandare.
